LE ALTRE PROFESSIONI


IL GIURISTA D'IMPRESA

E' una figura ancora poco conosciuta in Italia (non vi sono leggi che ne prevedano l'esistenza, ne delimitino l'ambito di attività, la responsabilità o lo status giuridico), ma assolutamente di primo piano nel panorama europeo e internazionale.

Il giurista d'impresa è un professionista che – alle dipendenze dell’azienda di appartenenza – unisce alle proprie competenze legali la conoscenza delle discipline economico-finanziarie (ad es. contabilità, gestione aziendale, microeconomia).

In bilico tra le funzioni legali e quelle manageriali, al giurista d’impresa è attribuito il delicato compito di conciliare le aspirazioni economiche e commerciali delle realtà societarie in cui è inserito.

 

Non vi sono percorsi predefiniti per chi decide di intraprendere questa strada.

Dopo la laurea in Giurisprudenza o Scienze Giuridiche (magistrale o triennale), è possibile inserirsi subito nel mondo del lavoro, oppure dedicarsi a studi di perfezionamento (master, corsi accreditati, dottorato, diploma di specializzazione).

 

Dopo un iniziale periodo di stage, che costituisce l'inquadramento contrattuale “classico” di chi inizia a lavorare in ambito aziendale, il neo-assunto viene inserito come legale interno, e da tale ruolo potrà poi progredire a Legal Specialist (1-3 anni di esperienza), Legal Counsel, Senior Legal Counsel, Legal Manager (7-8 anni di esperienza), General Counsel (figura molto spesso affiancata a quella dell’AD o all'interno del CdA).

In Italia, come si è detto, la legge di riforma della professione forense (L. 247/2012) non ha inserito nessuna indicazioni in merito al riconoscimento della categoria dei giuristi d'impresa. Tuttavia, vi sono alcune associazioni di categoria che da anni si impegnano a cercare di ottenere il riconoscimento, per i Giuristi d'Impresa abilitati all'esercizio della professione di Avvocato, dell'iscrizione all'albo di riferimento (ad oggi non ancora possibile).

 

L’AIGI (ASSOCIAZIONE ITALIANA GIURISTI D'IMPRESA), in data 17/12/2013, ha ottenuto l'importante risultato dell'accoglimento di un'istanza di annotazione nell'elenco delle Associazioni rappresentative a livello nazionale delle professioni non regolamentate. Con tale iscrizione (ai sensi del D. Lgs. 206/2007) è possibile, per il tramite del Ministero, partecipare ai tavoli che verranno istituiti per la definizione delle "Piattaforme Comuni" previste a livello europeo per il riconoscimento delle relative qualifiche tra i vari stati.

 

LINK UTILI: http://www.aigi.it/ 


LA CARRIERA UNIVERSITARIA

E probabilmente la più lunga e la più ricca di incertezze, ma, allo stesso tempo, una delle più stimolanti intellettualmente.

Per diventare professore ordinario, infatti, è necessario superare una lunga trafila di concorsi pubblici, banditi con cadenze non regolari e dagli esiti spesso poco prevedibili. Solitamente la carriera universitaria si compone dei seguenti step:

  • dottorato di ricerca;
  • assegni di ricerca post-doc;
  • ruolo di ricercatore universitario;
  • ruolo di professore associato;
  • ruolo di professore ordinario.

Si tratta di contratti a tempo determinato, fatti salvi i ruoli di professore che, ad ogni modo, difficilmente si riescono a conseguire prima dei quarant'anni di età. 

Di regola, il primo passaggio della carriera universitaria è quello del dottorato di ricerca, sebbene esso non risulti obbligatorio (ma solo fortemente raccomandato) per poter superare i successivi concorsi pubblici.

 

Al dottorato, che può avere ad oggetto una materia giuridica più o meno specialistica, si accede mediante concorso pubblico, diversificato da ateneo ad ateneo.

Ferma la valutazione dei titoli, alla prova orale (solitamente consistente nella discussione di un progetto di ricerca, oltre ad una prova di lingua straniera) in alcuni casi si affianca una prova scritta consistente nella redazione di un tema. Nella maggior parte degli atenei vengono messi in palio alcuni posti con borsa e altri senza, in altri solo con borsa.

 

Vinto il concorso, il dottorato, di durata triennale, si compone di attività di ricerca e di attività didattica, oltre che della redazione di una tesi. L'impegno varia da ateneo ad ateneo, potendosi avere dottorati che richiedono un'impegno lavorativo costante e altri che consentono di svolgere in contemporanea un diverso lavoro.

 


LA MEDIAZIONE CIVILE E COMMERCIALE

Non molto gettonata come possibile percorso post laurea, la professione di mediatore è, invece, ben nota agli avvocati che, dal 2013 si sono visti "imporre" la mediazione quale condizione di procedibilità.

In tal senso, per accedere alla fase del contenzioso relativamente alle materie dei diritti reali, locazioni, condominio, divisioni, successioni ereditarie, patti di famiglia, comodato, affitto di aziende, risarcimento danni, responsabilità medica e sanitaria, diffamazione a mezzo stampa, contratti assicurativi, bancari e finanziari, è obbligatorio ricorrere previamente alla mediazione.

 

Strumento di origine anglosassone rientrante nel novero delle Alternative Dispute Resolution (ADR), si pone come grande obiettivo quello di deflazionare il contenzioso cercando di risolvere in via negoziale tra le parti la questione oggetto del conflitto. Il mediatore ha quindi il ruolo di condurre le parti, assistite dai rispettivi avvocati, ad una serie di soluzioni alternative che possano chiudere la disputa senza la necessità di accedere alla fase lunga e complicata del conflitto in sede giudiziale, tramite quello che viene definito un "accordo di conciliazione" avente validità di titolo esecutivo. 

 

Come si accede alla professione?

  • Laurea magistrale o triennale;
  • Frequenza di un percorso formativo di almeno 50 ore, con relativo esame finale consistente (di norma) in una prova scritta e in una simulazione di una seduta di mediazione, con redazione del relativo verbale. Il percorso formativo, ai fini della sua validità, deve essere svolto presso un ente di formazione per mediatori accreditato presso il Ministero della Giustizia. Attenzione: anche gli avvocati devono svolgere il corso di formazione di 50 ore. E' stata, infatti, abrogata la disposizione che prevedeva per l'avvocato la qualifica di "mediatore di diritto"

Successivamente all'ottenimento del titolo e all'iscrizione all'albo nazionale dei mediatori, in analogia con la professione di avvocato, è richiesto: 

  • aggiornamento professionale di almeno 18 ore ogni biennio;
  • tirocinio di almeno 20 sedute di mediazione ogni biennio.