La vicenda ThyssenKrupp e l'esito in Cassazione di un processo durato più di sette anni

La Corte di Cassazione nella giornata di venerdì scorso, 13 maggio 2016, ha confermato la condanna per omicidio colposo plurimo, incendio colposo ed omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, nei confronti dei dirigenti della ThyssenKrupp. Gli imputati sono stati ritenuti definitivamente responsabili per i fatti occorsi nella notte del 6 dicembre 2007, presso gli stabilimenti torinesi appartenenti alla società. Durante l’incendio, scaturito a causa della fuoriuscita di olio bollente, persero la vita sette operai dello stabilimento ed uno soltanto riuscì a sopravvivere all’incidente, diventando il testimone chiave del processo durato ben oltre 7 anni.

 

Il 14 novembre 2011, all’esito del giudizio di primo grado, la Corte d’Assise di Torino aveva condannato tutti e sei gli imputati per omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro. Nello specifico, l’amministratore delegato della società era stato condannato  per omicidio e incendio volontari, avendo la Corte rilevato l’elemento soggettivo del dolo eventuale. Gli altri cinque dirigenti, invece, erano stati condannati per omicidio colposo plurimo e incendio colposo, con l’aggravante della previsione dell’evento. Infine, con riguardo alla società, la Corte aveva rilevato l’illecito amministrativo, conseguente al reato di omicidio colposo, commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro.

 

In seguito, con la prima sentenza d’appello del 28 febbraio 2013, la Corte di Assise d’Appello di Torino aveva riqualificato le condotte di tutti gli imputati, convertendole da dolose a colpose. Da ciò era scaturito il pesante dibattito sul confine tra dolo eventuale e colpa cosciente, questione  che venne di fatto sottoposta alle Sezioni Unite della Cassazione. Il quesito sottoposto fu il seguente: “se la irragionevolezza del convincimento prognostico dell’agente circa la non verificazione dell’evento comporti la qualificazione giuridica dell’elemento psicologico del delitto in termini di dolo eventuale”.

 

La Corte, con la nota sentenza n. 38343 del 2014, aveva stabilito il principio di diritto secondo il quale “in ossequio al principio di colpevolezza la linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente va individuata considerando e valorizzando la diversa natura dei rimproveri giuridici che fondano la attribuzione soggettiva del fatto di reato nelle due fattispecie. Nella colpa si è in presenza del malgoverno di un rischio, della mancata adozione di cautele doverose idonee a evitare le conseguenze pregiudizievoli che caratterizzano l’illecito. Il rimprovero è di inadeguatezza rispetto al dovere precauzionale anche quando la condotta illecita sia connotata da irragionevolezza, spregiudicatezza, disinteresse o altro motivo censurabile. In tale figura manca la direzione della volontà verso l’evento, anche quando è prevista la possibilità che esso si compia (“colpa cosciente“).

Per contro nel dolo si è in presenza di organizzazione della condotta che coinvolge, non solo sul piano rappresentativo, ma anche volitivo la verificazione del fatto di reato. In particolare, nel “dolo eventuale“, che costituisce la figura di margine della fattispecie dolosa, un atteggiamento interiore assimilabile alla volizione dell’evento e quindi rimproverabile, si configura solo se l’agente prevede chiaramente la concreta, significativa possibilità di verificazione dell’evento e, ciò non ostante, si determina ad agire, aderendo a esso, per il caso in cui si verifichi. Occorre la rigorosa dimostrazione che l’agente si sia confrontato con la specifica categoria di evento che si è verificata nella fattispecie concreta. A tal fine è richiesto al giudice di cogliere e valutare analiticamente le caratteristiche della fattispecie, le peculiarità del fatto, lo sviluppo della condotta illecita al fine di ricostruire l’iter e l’esito del processo decisionale.” Alla luce di tale principio, dunque, la Corte confermava la qualifica “colposa” delle condotte degli imputati e  rinviava nuovamente alla Corte d’assise d’Appello di Torino per la rideterminazione delle pene.

 

Nel secondo processo di appello, concluso il  29 maggio 2015, le pene degli imputati erano state notevolmente ridotte.

Infine, nella giornata di venerdì, la Cassazione ha concluso questo lungo processo assegnando pene tra i 9 anni e 8 mesi e i 6 anni e 8 mesi di reclusione.

 

A destare clamore nell’udienza conclusiva del giudizio, era stata la richiesta del procuratore generale dott.ssa Paola Filippi di rinvio per un terzo giudizio di appello presso la corte d’assise di appello di Torino, al fine di una nuova rideterminazione delle pene. Tale richiesta, tuttavia, non ha trovato accoglimento presso i giudici della Corte.

Rimaniamo ora in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza definitiva.

 

 


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